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diritto penale contemporaneo: immigrazione e criminalità
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q***@res.ad
2018-02-07 23:30:53 UTC
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IMMIGRAZIONE E CRIMINALITÀ
Una lettura di dati statistici
di Francesco Palazzo
1. La grande immigrazione in atto suscita quotidianamente, e spesso
drammaticamente, la preoccupata attenzione della popolazione e impegna
l’agenda
delle istituzioni nazionali e internazionali, in un clima spesso
surriscaldato dal dibattito
politico e dall’eco mediatica. Si consumano divisioni culturali e
politiche, e si
compromettono le sorti stesse dell’Europa unita. Particolarmente
preoccupante, specie
agli occhi dell’opinione pubblica e di alcune parti politiche, è il
controverso rapporto tra
immigrazione e criminalità. La ritenuta propensione a delinquere degli
immigrati
costituisce uno dei principali argomenti, se non il principale, sul
quale si fonda la sempre
più diffusa ostilità verso un fenomeno dalle dimensioni crescenti e
dalle caratteristiche
bibliche.
Spesso si ha l’impressione che, come avviene più in generale per l’andamento
della criminalità complessiva, i dati disponibili siano utilizzati con
disinvoltura se non
con spregiudicatezza, senza un’adeguata ponderazione, al prevalente
scopo di sostenere
orientamenti politici e per alimentare populisticamente paure peraltro
comprensibili. Al
contrario, non solo i dati statistici vanno presi sempre con molta
cautela e comunque
sempre contestualizzati, ma soprattutto una loro analisi disincantata
pone dinanzi a
scelte interpretative ed operative tutt’altro che facili e che in ogni
caso dovrebbero essere
effettuate senza indulgere a schematismi di comodo, ma piuttosto sulla
base di una più
approfondita riflessione razionalmente e scientificamente supportata.
2. Uno dei dati più certi e nello stesso tempo impressionante è quello della
presenza degli stranieri nelle carceri italiane. Stando alle statistiche
del ministero della
giustizia, al 30 settembre 2016, su una popolazione detenuta complessiva
di 54.465
presenze (rispetto a una capienza “regolamentare” di 49.796), ben 18.462
erano stranieri,
pari cioè al 33,8 % del totale. Quanto alla provenienza, le presenze di
detenuti stranieri
più significative sono nell’ordine quelle del Marocco (17,4 % sul totale
degli stranieri
presenti), della Romania (14,9), dell’Albania (13,1), della Tunisia
(11,0). Dunque, 1/3 dei
detenuti è di origine straniera, con una forte incidenza di
extracomunitari e di rumeni.
Considerato che certamente il numero degli stranieri presenti in Italia
non assomma ad
1/3 della popolazione italiana, ne viene che il tasso di delittuosità
degli stranieri
sembrerebbe essere di molto superiore a quello degli italiani.
Occorre però considerare una serie di elementi con efficacia parzialmente
correttiva o integrativa della secca conclusione ora ipotizzata.
Fondamentale è il rilievo, 2
innanzitutto, relativo alla composizione della popolazione degli
immigrati specie
irregolari. È notorio che la quasi totalità degli immigrati clandestini
è costituita da
soggetti maschi e giovani, privi di famiglia. Ed è altrettanto noto che,
sociologicamente,
il tasso di delittuosità è molto più elevato nella fascia di popolazione
costituita per
l’appunto da soggetti maschi e giovani. Con la conseguenza che è del
tutto normale,
quindi, che rispetto all’intera popolazione italiana quella degli
immigrati presenti un
tasso relativo di delittuosità più elevato.
In secondo luogo, occorre altresì tener conto del fatto che i condannati
stranieri
hanno una maggiore difficoltà ad accedere alle misure alternative al
carcere, sia perché
sono sovente assistiti da una difesa tecnica meno attrezzata sia perché
– e soprattutto –
non dispongono di quelle condizioni abitative, familiari e lavorative
che costituiscono il
presupposto per la concessione di misure extramurarie. Con la
conseguenza che la
percentuale della loro presenza in carcere può ben risultare influenzata
verso l’alto,
rispetto agli italiani, da questo fattore sostanzialmente strutturale
senza che ciò significhi
necessariamente un corrispondente più alto tasso di delittuosità.
Estremamente
significativa al riguardo è la rilevazione del Ministero della giustizia
sul primo semestre
del 2016 (30 giugno), dalla quale emerge che su un totale di 19.128
affidamenti in prova
ben 16.405 sono stati usufruiti da italiani e solo 495 da stranieri
comunitari e 2.227 da
stranieri extracomunitari. Similmente per la semilibertà, su un totale
di 1.069
provvedimenti, solo 129 sono stati concessi agli stranieri; e ancora, su
un totale di 17.442
detenzioni domiciliari, gli stranieri che ne hanno beneficiato sono
stati 3.306.
Stando a qualche recente statistica generale (Idos 2015), negli anni
2004-2012, il
tasso di delittuosità degli italiani sarebbe cresciuto più
consistentemente di quello degli
stranieri (37,6 % a fronte invece del 29,6 %). E ciò mentre invece la
popolazione autoctona
calava a fronte di un incremento degli ingressi in Italia di immigrati
comunitari ed
extracomunitari. Il dato è sicuramente significativo e pone certamente
qualche
interrogativo: tuttavia, nell’attesa che esso possa essere confermato
nel futuro di lungo
periodo, non riesce a ridimensionare la inoppugnabile constatazione che
comunque oggi
circa un terzo della popolazione detenuta è costituita da stranieri.
Maggiore interesse può avere semmai un altro dato, relativo alla
tipologia dei
reati più frequentemente commessi dagli stranieri. In linea generale,
risulta infatti che,
mentre la percentuale di stranieri presenti in carcere è superiore a
quella degli italiani
per condanne fino a cinque anni, per le condanne superiori a cinque anni
il rapporto
s’inverte e gli italiani risultano dunque maggioritari rispetto agli
stranieri. Nel dettaglio:
pene fino a 1 anno: 8,8 di stranieri a fronte di 3,8 di italiani; pene
da 1 a 2 anni: 13,0 a
fronte di 6,7; pene da 2 a 3 anni: 15,2 a fronte di 9,0; pene da 3 a 5
anni: 25,5 a fronte di
19,5; pene da 5 a 10 anni: 24,6 a fronte di 31,1; pene da 10 a 20 anni:
10,3 a fronte di 17,2;
pene oltre 20 anni: 2,0 a fronte di 6,9; ergastolo: 0,6 a fronte di 5,8
(dati Istat).
Più specificamente, si può senz’altro dire che gli stranieri prediligono
alcune
specie di reati, rispetto ai quali indubbiamente la percentuale della
loro “presenza”
rispetto agli italiani si rivela davvero straordinariamente
maggioritaria. Si legge
testualmente nel rapporto 2015 del ministero degli interni che
«l’incidenza degli stranieri
tra i denunciati […] varia molto a seconda dei reati. Si va da incidenze
basse, come il 3%
per le rapine in banca o il 6% per quelle negli uffici postali, al poco
meno del 70 % che 3
caratterizza i borseggi […]. Tra questi due estremi, gli stranieri
costituiscono il 51% dei
denunciati per rapina in abitazione o furto in abitazione, e il 45 % dei
denunciati per
rapina in pubblica via, il 19 % per le estorsioni, il 29 % per le truffe
e le frodi
informatiche».
Per quanto concerne i reati in materia di stupefacenti, la stessa fonte
fornisce dei
dati molto differenziati quanto all’incidenza degli stranieri rispetto
ai soggetti segnalati
all’autorità giudiziaria nelle nostre più popolose città. Nel 2006 si va
così dal 64 % di
Bologna e dal 63,6 % di Firenze al 2,5 % di Catania o all’8,7 e 8,5 %
rispettivamente di
Napoli e Palermo.
3. Tutti questi dati, però, non sono in grado di fornire utili
indicazioni per
effettuare scelte politico criminali razionali e lungimiranti se non
tiene conto di un
elemento che viene correttamente sottolineato proprio dal già ricordato
rapporto del
ministero dell’interno. In effetti, l’interpretazione di quelle
statistiche – indubbiamente
allarmanti nei loro dati grezzi – non può prescindere da una
fondamentale distinzione:
e cioè quella tra stranieri “regolari” e stranieri “irregolari”.
Occorre, dunque, separare il
dato relativo al totale degli stranieri denunciati da quello degli
“regolari”, cioè dei
residenti. Come osserva il rapporto citato, «solo depurando gli
stranieri denunciati della
componente irregolare potremo dire se l’incidenza degli stranieri
regolari tra i
denunciati è superiore rispetto a quella che si riscontra nella
popolazione residente in
Italia». Considerando il reato di furto con strappo, «gli stranieri
regolari sono stati nel
2006 il 20% del totale degli stranieri denunciati e questi ultimi sono
stati, nello stesso
anno, il 29% del totale dei denunciati. È facile calcolare, quindi, che
gli stranieri regolari
sono il 6% del totale dei denunciati per quello stesso reato. Applicando
lo stesso sistema
di calcolo anche ad altri reati, si ottiene che gli stranieri regolari
sono il 6% del totale dei
denunciati per furto di autovetture, l’8% dei denunciati per furto con
destrezza, il 9% dei
denunciati per omicidio tentato e consumato, il 10% dei denunciati per
rapina in
pubblica via e il 15% di quelli denunciati per violenze sessuali».
Proiettando questi dati sul totale complessivo della popolazione
presente in Italia
e dei denunciati, si ricava che, nel 2006, gli stranieri regolari
denunciati in Italia
costituiscono quasi il 6% del totale dei denunciati a fronte di
un’incidenza degli stranieri
regolari residenti sull’intera popolazione pari a circa il 5%, al quale
dovrebbe essere
aggiunta la massa degli stranieri presente regolarmente in Italia ogni
anno ma non
residente (si parla di quasi 50 milioni complessivi transitanti ogni
anno in Italia).
La conclusione è tanto ovvia in sé, quanto problematica per le
conseguenze che
essa suggerisce. È evidente, infatti, che il tasso di delittuosità degli
stranieri è pressoché
coincidente con quello degli italiani quando si tratta di “regolari”,
mentre s’innalza
davvero notevolmente quando sono “irregolari”. A questo punto,
semplificando molto,
si pone però un interrogativo realmente inquietante. Qual può essere la
causa di questo
divario così marcato? Si deve supporre che sia lo stato di
“irregolarità” a svolgere
un’efficacia criminogenetica e comunque a influire, in particolare,
sulla percentuale di
presenze in carcere? Oppure si deve pensare che la maggiore inclinazione
a delinquere
sia per così dire originaria, nel senso che gli “irregolari” entrano
clandestinamente in 4
Italia e mantengono lo stato di irregolarità proprio al fine di
delinquere? Insomma,
diventano criminali perché irregolari o diventano irregolari perché
criminali?
Il quesito, seppure così schematicamente impostato, apre un dilemma
criminologicamente quasi sconvolgente al quale, allo stato delle
conoscenze e degli
studi, non sembra possibile dare una risposta certa. Indubbiamente,
però, almeno per
una larga quota di immigrati irregolari provenienti da Paesi
extraeuropei, le condizioni
e le modalità del viaggio con cui essi arrivano in Italia rende davvero
del tutto
improbabile che la ragione e lo scopo del loro espatrio sia quello di
venire a svolgere qui
la loro attività criminale, cui li sospingerebbe lo stato di migranti o
forse, verrebbe
addirittura da dire, di “diversi”. Senza, dunque, voler minimamente
negare il dato
incontrovertibile del loro assai più alto tasso di delittuosità,
evidenziato soprattutto dalle
statistiche sulla composizione della popolazione penitenziaria, sembra
sicuramente più
probabile che esso sia dovuto proprio alla condizione di
marginalizzazione conseguente
allo stato di irregolarità, unita al dato dell’alta concentrazione tra
gli stranieri irregolari
della componente demografica statisticamente più propensa a delinquere
(giovani
maschi, spesso senza famiglia).
Se si considera, infine, che costituisce un dato costante in ogni tempo
quello di
un incremento anche consistente della delittuosità in presenza di una forte
immigrazione, ben si può comprendere che, quando allo stato di immigrato
si somma
quello di “irregolare”, i tassi di delittuosità subiscano un’impennata,
senza che ciò
autorizzi ipotesi o convinzioni più o meno larvatamente ispirate a
preconcetti etnici
talvolta sconfinanti in forme sostanzialmente razzistiche. In
definitiva, anche da un
punto di vista politico criminale, o si rifiuta l’opzione solidaristica
chiudendo le frontiere
oppure la scelta solidaristica non può limitarsi a un’accoglienza che generi
marginalizzazione o peggio irregolarità. Ma deve invece prolungarsi
verso una
complessa opera d’integrazione per contenere quegli effetti criminogeni
comunque
connessi al fenomeno migratorio.
Insomma, anche il rapporto tra immigrazione e criminalità conferma che gli
attuali immani flussi migratori mettono i popoli e le istituzioni
dell’Occidente dinanzi a
scelte e responsabilità estremamente impegnative.
the F.O.
2018-02-08 10:45:22 UTC
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Raw Message
<https://www.rand.org/pubs/rgs_dissertations/RGSD387.html>

L'infamia di "Renzi svuota africa" e l'utile idiota di papa francesco,
sono nel documento NATO, dimostrati.

Verrà a breve il tempo, per una bloggata nei denti su queste cose.
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I molti partiti comunisti italiani
che stanno a DX, al centro, a SX
finiranno anche i denari di Draghi,
il 31/10/2019
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